Pubblicato da: monyazzurra | 28 agosto 2012

Viaggio in Africa di Fabiola (agosto 2012)

VIDEO:  http://www.youtube.com/watch?v=LrTUTB-f9_8

BANCHE DI CEREALI

E’ il 10 agosto e siamo a Mongo, in Ciad. Il nostro è solo un piccolo gruppo di marchigiani venuto a scoprire i progetti del Magis, spinto dalla curiosità e dalla voglia di solidarietà. Abbiamo scelto il Ciad e la missione dove vive il padre gesuita Franco Martellozzo. Siamo a sei ore di macchina verso nord-est dalla capitale, N’Djamena. A Mongo ci aspetta padre Gianfranco Iacuzzi, anche lui un gesuita da sempre impegnato nei progetti del Magis, prima in Albania ed ora al fianco di padre Martellozzo, che quest’estate è in Italia, a godersi un po’ di meritato riposo.

Le nostre vacanze estive non sono tra mare e montagna. Abbiamo voluto una vacanza alternativa, per scoprire le tante emergenze del Ciad, ma anche per vederli da vicino questi padri gesuiti pieni d’intuito, d’idee, di forti legami con la popolazione e la tradizione locale. Uomini speciali, pionieri sempre, lavoratori instancabili e concreti.

La spinta principale che ci ha fatti volare così lontano da un territorio italiano che per secoli è stato legato alla produzione agricola, è il progetto avviato anni fa da padre Franco Martellozzo: le Banche dei cereali. Prima ancora d’illustrarci il funzionamento del progetto, padre Gianfranco Iacuzzi ci anticipa un concetto fondamentale: “I progetti vengono tutti portati avanti con l’accordo e la piena collaborazione della popolazione locale. Non ci piace costruire le cose in testa alla gente. Ogni iniziativa dev’essere condivisa”. Poche parole per delineare l’essenza di un’attività vincente, non solo nel tamponare largamente il problema della fame e della denutrizione, ma che va a segno proprio per la gestione consapevole ed autonoma degli abitanti di Mongo e dei numerosissimi villaggi dei dintorni. I progetti del gesuiti si estendono per circa 200 chilometri intorno a Mongo, cittadina, sede della Prefettura Apostolica, oltre che della missione cattolica e che conta circa 50.000 abitanti.

“Trecentosettanta banche sfamano ben 350 villaggi – continua padre Gianfranco – Ogni banca, al suo momento zero, è stata rifornita di una dotazione iniziale di miglio. Ma niente viene regalato alla popolazione. Così ha voluto l’ideatore ed il realizzatore del progetto”. Il pensiero corre a padre Martellozzo. Seppur momentaneamente lontano, il suo spirito, dopo oltre trent’anni di missione in Ciad, non abbandona mai questa terra. Un po’ come gli spiriti buoni del margay.

“Il miglio viene prestato agli agricoltori che possono così seminare e produrre il loro raccolto, senza acquistare la semente al mercato, a prezzi per loro proibitivi. Il periodo della semina è proprio questo, in agosto – spiega padre Gianfranco – Sono tutti nei campi, intere famiglie, aiutate dai figli in questo periodo di vacanze scolastiche. Successivamente, una volta terminato il raccolto, il miglio dev’essere restituito alla banca dei cereali con una maggiorazione del 20 per cento. In questo modo la dotazione della banca aumenta ed altre famiglie possono beneficiarne. I silos dei cereali sono tutti gestiti autonomamente dagli abitanti dei villaggi, attraverso dei responsabili locali e tutti s’impegnano a restituire quanto devono, mantenendo fede alla parola data”. Come ogni volta che ci troviamo di fronte ad un progetto del Magis ci accorgiamo che insegnare il senso di responsabilità e l’autogestione delle risorse è l’unica via di crescita, per il Ciad, come per gli altri luoghi del mondo dove operano i padri gesuiti. Nessuna forma di carità gratuità. La gratuità non offre opportunità. Le banche dei cereali sì. Acquistare la semente al mercato, che in periodi di semina raggiunge prezzi altissimi, significa spendere circa mezzo stipendio, e solo per quei pochissimi fortunati che uno stipendio, magari al minimo salariale, riescono a metterlo insieme. E, di solito, chi lavora in campagna, lo stipendio non ce l’ha. Con le banche dei cereali si può avviare, senza costi, la propria coltura, a patto di restituire il prestito l’anno successivo per compensare l’opportunità offerta. E l’opportunità è quella della sopravvivenza di un’intera famiglia, spesso di un clan, di una città, cioè di migliaia di ciadiani.

Fabiola Caporalini

COTTO ALLA LUCE DEL SOLE

Una cucina contrasta l’avanzata del deserto

Non c’è dubbio che Mongo (Ciad) sia la patria delle cucine solari. Quando arriviamo, stanchi ed affamati, alla mensa della missione cattolica, cui ci ha invitati padre Gianfranco Iacuzzi, c’è un buon piatto unico: riso e pollo, come spesso si usa in Africa. Almeno per quelli che un pasto se lo possono permettere. E pure il lusso della carne. Per di più questo è un pollo speciale. E’ stato cotto nel cortile della missione, sulla cucina solare. Siamo davvero fortunati, perché questa è la stagione delle piogge e una mattinata di sole ha permesso al cuoco di mettere alla prova il suo tocco di chef, con l’aiuto del calore solare. Una buona ricetta, una pentola a pressione e il resto lo fanno le lamine della cucina che riflettono il calore dei raggi, concentrandolo sulla pentola. A noi spettatori, un po’ increduli e un po’ estasiati nel vedere la cucina funzionare a pieno ritmo, viene da pensare ai tanti cellulari appesi al filo della campagna promozionale Magis, per la raccolta dei telefonini vecchi. Ed eccone il frutto davanti ai nostri occhi. Un frutto buono, come i progetti che rispettano l’ambiente. Sfruttare le cucine solari per cuocere i cibi è di fondamentale importanza. Nei villaggi ciadiani le donne usano cucinare facendo grandi fuochi con arbusti piuttosto grandi. Il problema della desertificazione che avanza, invece, non è di poco conto. In Ciad la desertificazione procede di alcuni chilometri ogni anno. E’ necessario, dunque, che la cucina solare entri nelle abitudini della popolazione, anche se non sempre è facile. “Al momento – spiega padre Gianfranco Iacuzzi – utilizziamo le cucine negli istituti, nelle scuole, negli enti e nelle istituzioni, come qui alla missione, dove c’è un ampio spazio in cortile. Anche nelle strutture religiose e di accoglienza ce ne sono diverse. Come tutte le innovazioni, una loro diffusione capillare richiede tempo. Per quanto a noi possa sembrare economica, una cucina solare, magari smontata e da assemblare, costa circa 80 euro. E’ una cifra enorme per una famiglia africana, oltretutto legata al suo modo tradizionale di cucinare”. Col tempo, dunque, proprio utilizzando le cucine solari nelle scuole, le nuove generazioni sapranno prendere confidenza con il nuovo metodo di cottura e comprenderne l’importanza e l’utilità. Il progetto delle cucine solari in Ciad è stato un progetto pilota, che inizia a dare i suoi frutti, tanto che i padri gesuiti hanno deciso di esportarlo anche in altri Paesi africani. Padre Umberto Libralato, che opera in Burkina Faso, ha mandato lo scorso anno, una squadra di giovani operai in Ciad, per apprendere il funzionamento, il montaggio e la manutenzione della cucina solare. A Lebda, nella provincia di Kaya, in Burkina Faso, è stata allestita un’officina per la costruzione delle cucine solari, a pochi passi dalla nuova scuola. Le donne di Lebda accolsero il progetto delle cucine solari, con grande entusiasmo fin dall’inizio, quando, ormai tre anni fa, padre Umberto illustrò l’iniziativa durante l’assemblea pubblica del villaggio di Naba Baongo, capo lungimirante ed equilibrato.

In Ciad i padri gesuiti stanno lavorando moltissimo sulla tutela ambientale, per contrastare la desertificazione. Nei villaggi intorno a Mongo è stato avviato un progetto: le pépinière, che altro non sarebbe che un vivaio. Il progetto è stato affidato ai bambini. E’ un po’ come la ricorrente festa degli alberi che si festeggia nelle scuole italiane, quando vengono messe a dimora nuove piante. Anzi, questa sarebbe una bella storia da raccontare ai bambini delle scuole italiane. Nei villaggi ciadiani i ragazzini sono chiamati ad un grande senso di responsabilità ed anche ad un lavoro impegnativo per allestire i vivai. Compete loro, infatti, piantare e far crescere, prendendosene cura, arbusti spinosi e cespugli, che andranno poi messi a dimora intorno ai campi coltivati, per evitare che gli animali entrino a devastare il raccolto. Piantare gli arbusti è molto importante perché gli allevamenti di capre ne fanno velocemente piazza pulita. I bambini, che davvero con molto zelo eseguono il loro compito, sono aiutati da un coordinatore locale del progetto. L’intera comunità aiuterà poi i piccoli a piantumare il perimetro dei campi. Il 10 agosto scorso, alle due del pomeriggio, a Kofilo, sulla strada tra Mongo e Baro, la popolazione ha provveduto ad interrare le piccole piante.

Gli stessi arbusti vengono anche piantati intorno ai pozzi romani, ancora preferiti dalla popolazione rispetto a quelli artesiani. Anche qui si cerca di proteggere il pozzo dagli animali. Il pozzo è utilissimo anche per irrigare gli orti. Solitamente le donne prendono in carico dei piccoli appezzamenti di terreno intorno al pozzo e ne ricavano di che vivere per la propria famiglia. Anche gli orti vengono circondati da cespugli spinosi a protezione. I padri gesuiti hanno in mente un progetto sperimentale, che forse presto diventerà realtà. Vorrebbero dotare di una pompa per l’irrigazione gli orti, in modo da alleggerire il lavoro delle giovani madri agricoltrici.

Fabiola Caporalini

GLI ANEDDOTI DI SERGE E PHILIPPE

A Mongo, con padre Gianfranco Iacuzzi e padre Franco Martellozzo, vivono anche padre Serge Semur, gesuita, e Philippe Rio, diocesano.

Padre Serge, coetaneo dell’anima del piccolo gruppo religioso, padre Franco Martellozzo, vive in Ciad da sempre. Arrivò, con la sua famiglia, 50 anni fa. Il suo spirito è africano ed è figlio di questa terra come ci fosse nato e l’Africa non gli nasconde segreti. Le sue mani, anzi, hanno contribuito allo sviluppo della gente, alla crescita di un popolo fiero e dignitoso. E’ lui che sa raccontarci le storie più belle e sconosciute del Ciad. E’ lui che ha costruito parte della strada che da Mongo arriva fino a Baro, come pure molte dighe e sbarramenti per l’acqua piovana lungo la strada, che sono un’autentica salvezza per i villaggi che costellano la via.

Philippe Rio, è bretone, di Nantes. “E’ un fidei donum”, dice padre Iacuzzi, un prestito a tempo tra Diocesi.

Padre Serge, a proposito delle banche dei cereali e dell’autonomia economica e sociale che hanno creato tra la popolazione, ci racconta qualche aneddoto. Nei tempi di semina, prima dell’avvento delle banche, tutti erano costretti a compare i semi al mercato, a prezzi esorbitanti per la popolazione locale. Se ne avvantaggiavano i mercanti, che ne traevano un gran profitto. Con l’avvento delle banche dei cereali, il miglio lo si prende in prestito, per restituirlo dopo il raccolto. Padre Serge racconta che un commerciante di Bitkine, villaggio del comprensorio di Mongo, preso atto, evidentemente sulla sua pelle, del funzionamento delle banche, si recò dal responsabile della locale banca dei cereali e gli disse, piuttosto contrariato: “Voi avete aperto gli occhi ai contadini”. Significativo non solo di quanto le banche dei cereali siano utili agli agricoltori, ma soprattutto del livello di crescita consapevole che i padri gesuiti riescono a raggiungere con i loro interventi a favore della popolazione.

“La dignità delle persone è importante” dice padre Serge, con la sua voce profonda e pacata. E’ una voce che viene da lontano, dalle sue radici, ormai indistinguibili da questa terra, ormai inseparabili. E’ la voce di un’esperienza vissuta al fianco della gente, mani nelle mani, per costruire lo sviluppo del Ciad, partendo da questa regione, il Guerà, 520.000 abitanti di una zona montuosa.

“A Baro – continua padre Serge – c’era una donna povera e piena di debiti, che ne aveva molta vergogna e non voleva mai uscire di casa. Dopo l’avvento della banca dei cereali, quella donna ha potuto prendere a prestito del miglio e coltivare la sua terra. La sua posizione economica, piano piano è andata migliorando, fino a cambiare completamente. E allora usciva di casa, ben vestita e curata e mostrare le cose belle che, finalmente, poteva permettersi, dopo tante privazioni e sofferenza”.

Padre Philippe dipinge la realtà paesaggistica ed ambientale di questi luoghi come stesse raccontando una fiaba. E forse è così. Una di quelle storie che stanno all’origine del mondo, in un luogo che sembra, già di per sé, la culla dell’umanità. Intorno a Mongo ci sono montagne di grandi sassi levigati dall’azione secolare degli agenti atmosferici. Durante la stagione delle piogge sono ricoperti di piante, arbusti e vegetazione. Ma, durante i mesi in cui non piove, sono solo grandi cumuli di massi rotondi. Padre Philippe ci esorta a visitarli e fotografarli e ci dice, con un tocco di fede e poesia che ci lascia meravigliati e affabulati: “Sembra che il buon Dio sia arrivato da queste parti con un camion ed abbia scaricato in quei posti un mucchio di pietre, fino a formarne una montagna”. E’ una semplice immagine. Magari strappa un sorriso. Ma se arrivi ai piedi delle montagne, fede o non fede, sembra davvero che ci sia passato il tocco miracoloso del buon Dio.

Fabiola Caporalini

AI PADRI MISSIONARI

Le terre di confine richiedono l’anima. E’ faticoso viverle per voi che siete radici stanziali ricurve sul terreno, come tenaci agricoltori. Le terre d’oltremare richiedono uno spirito forte, combattivo e fiero. Richiedono coraggio. Il Tchad è terra di frontiera per eccellenza, dove scegliere di vivere è già di per sé una missione. Ancora di più lo è se ci si allontana da quel po’ di modernità quotidiana della sua capitale, per andare e cercare il suo cuore. Il cuore di questo Paese. Il cuore dell’Africa. Ma quando, come padre Gianfranco, si vuol scendere al centro del cuore, tra la gente della sua Baro, luogo ancora sconosciuto ai miei occhi, lembo estremo di terra in ogni stagione, allora la presenza di un uomo, di un religioso, di un essere umano diventa molto di più. Diventa significato. Se c’è un cammino che non è stato ancora tracciato, certo quello è del coraggioso, dell’uomo di fede, dell’uomo che accetta la vita e quella dei suoi simili per la semplicità che essa racchiude. Quel tanto che voi missionari date è quel “non so che”, che non ci fa perdere la rotta, nonostante le migliaia di chilometri che ci separano.

Con gratitudine.

Fabiola.

Sulla strada per Baro

La leggenda narra che lungo il percorso sterrato che porta a Baro ci sia un luogo magico. Un tratto di strada, costeggiato da alberi e vegetazione durante la stagione delle piogge. In questo luogo gli abitanti dicono di avere delle potenti visioni che li lascia estasiati. Sono apparizioni stupende e spaventose al tempo stesso. Verso sera, passando di là, si possono incontrare le fate: donne bianchissime, dai lunghi capelli biondi, vestite di bianco, con gli occhi chiari ed i lineamenti delicati e bellissimi. Sono donne meravigliose, ma con un grande potere che incute anche timore, tanto sono differenti, per caratteristiche fisiche, dagli abitanti del luogo. La loro eccezionalità le rende misteriose maghe nella fantasia della popolazione. Del luogo delle fate ci racconta padre Gianfranco Iacuzzi, proprio mentre passiamo in quel tratto di strada con la sua jeep un po’ scassata (e che per la verità, a tratti, si spegne pure). Una sbirciata intorno la diamo. Specie padre Gianfranco che passa di lì più volte la settimana per andare nella sua Baro a dire messa e a trovare la sua gente. Chissà se, in cuor suo, serba la remota speranza d’incontrare le fate. Ma quelle che vediamo lungo la strada che da Mongo conduce a Baro, sono solo donne e bambine che lavorano i campi o prendono l’acqua ai pozzi, che si occupano delle loro incombenze quotidiane. E sarà il luogo, sarà la suggestione del racconto o la realtà che si mescola alla leggenda, ma a noi le fate sembrano proprio le donne della regione del Guerra.

Giulio Marconato, un chimico di buona volontà salva le vite dei ciadiani 

Giulio Marconato è un giovane chimico come ce ne sono tanti in Italia. Ma lui non è solo questo. E’ il nipote di un missionario gesuita che opera in Ciad. E’ il nipote di padre Franco Martellozzo. Giulio è cresciuto lungo un cammino di valori che puntano decisi all’altruismo e all’amore verso il prossimo. Non c’è dubbio. E come molti più giovani di quanto si creda, mantiene fede, nella vita di ogni giorno, ai principi della propria esistenza. Ma Giulio Marconato ha fatto molto di più nella sua vita. E le belle notizie, le notizie di speranza sono le migliori da scrivere. Ha costruito in Ciad, mettendo al servizio degli altri il tempo libero delle sue ferie, tre impianti per l’elettrolisi. Ha affrontato un lungo viaggio per raggiungere Mongo, città dove operano i missionari gesuiti e suo zio Franco. Ha vissuto le situazioni scomode e spartane degli alloggi locali, ha diviso una mensa povera dei nostri sapori e dei nostri gusti, ha affrontato il caldo, gli insetti, la fatica, le piste di terra battuta e i rischi legati ad una vita ai margini della cosiddetta civiltà. E ha dato ancora di più. Ha lavorato, sfruttando le sue conoscenze e la sua professionalità.

L’elettrolisi è un procedimento che consente la disinfezione dell’acqua ed è quanto mai fondamentale in un paese africano afflitto dalle epidemie di colera come il Ciad. Specie nelle zone periferiche come Mongo e Baro. Non esiste in questi grandissimi villaggi un sistema fognario ed anche i rifiuti vengono abbandonati a cielo aperto. La diffusione del colera è altissima, come pure la possibilità di contagio, a causa delle scarse condizioni igieniche e dello stile di vita della popolazione. Serve acqua disinfettata e pulita. Giulio Marconato si è occupato della disinfezione dell’acqua, lavorando a ben 3 impianti sui 10 che i gesuiti hanno realizzato. Un lavoro, fatto non solo con capacità e competenza, ma nella consapevolezza di rendere un servizio salvavita, indispensabile e duraturo nel tempo per la gente del posto. L’intuizione migliore è stata senz’altro quella di utilizzare la fonte energetica solare per mettere in moto il processo di elettrolisi che consiste, tramite il passaggio della corrente elettrica, nella decomposizione dell’acqua in molecole di ossigeno ed idrogeno. L’acqua salata, grazie all’elettrolisi, diventa varechina, viene utilizzata per usi igienizzanti e si diluisce anche nell’acqua per disinfettarla. “Con un pannello solare a 24 volt, collegato ad una batteria a 100 ampere – racconta padre Franco Martellozzo – si può dare corrente a sei lampadine. Gli impianti solari sono utilizzati per l’illuminazione delle strutture pubbliche, ma anche per l’elettrolisi. Parte della corrente prodotta viene convogliata, infatti, in un’apparecchiatura che trasforma l’acqua salata in varechina”. Così l’utilizzo del sole è duplice. “Bastano 4 ore di sole per la trasformazione – specifica padre Franco – Abbiamo già 10 impianti che lavorano a pieno regime: quello di Baro, all’ospedale di Mongo, in 3 dispensari, in 3 biblioteche, alla sede della radio locale e all’ospedale Nostro Signore degli Apostoli di N’Djamena, capitale del Ciad”.

Ogni tanto quando ripenso agli studi giovanili sui banchi di scuola, a quelle lettere e numeri, per me assolutamente misteriosi, dell’ora di chimica, il mio pensiero ora va anche a Giulio Marconato, giovane chimico nient’affatto famoso, di cui non si legge nei libri di chimica e che durante le sue giornate lavora tranquillamente. Intanto le sue ore di lavoro donate al Ciad salvano vite in Africa (neanche lui sa quante ogni giorno). Sorrido della mia stupida ignoranza della chimica e mi dico che ciascuno, a suo modo, può fare tanto senza essere un illustre inventore o un padre della scienza.

Fab. Cap.

La diga della concordia

Ed eccole sono di nuovo loro le protagoniste. Le donne. Come quasi sempre in Africa. Pure nei Paesi fortemente islamizzati, dove il ruolo della donna è tenuto in ben poca considerazione dal punto di vista sociale. Ed invece, eccole lì, donne cattoliche e donne musulmane, con le pietre in mano. E sono pietre di pace. Sono quelle che stanno posando a Baro, per costruire una diga per deviare un corso d’acqua, in modo da irrigare un campo che devono coltivare, per sfamare i propri figli e i propri mariti. Energiche, forti, volitive, con le loro radici salde nel terreno. Concrete, solidali ed amiche. Sono sempre così le donne africane. E si parlano, al di là delle loro differenze etniche, culturali, religiose. Perché è la vita ad unirle, la sua durezza, le privazioni. Perché sono tutte madri, perché tutte allevano i loro figli e tutte ricoprono lo stesso faticoso ruolo nella dura sopravvivenza quotidiana. Non le sfiorano rivalità legate al potere e all’esercizio di un qualsivoglia primato o autorità. Piuttosto, sono molto intelligenti ed ingegnose quando si tratta di mettere in campo un’azione concreta per la propria vita. Così le donne di Baro hanno fatto presto a mettere da parte la rivalità del credo religioso. Si sono unite nell’amore per le proprie famiglie e quando le cose si fanno con amore, qualsiasi Dio le plaude. Così hanno lavorato mettendocela tutta, perché le dighe in Africa non sono facili da costruire. Tanto meno da far restare in piedi durante la stagione delle piogge. Quest’anno la prova del nove sono stati i piovosi mesi estivi. La diga ha retto alle intemperie, l’acqua ha irrigato i campi coltivati dalle donne di Baro e sono rigogliosi.

Così ci ha raccontato padre Franco Martellozzo durante l’omelia domenicale del 16 settembre a Camposampiero, il suo paese in provincia di Padova.

Una chiesa con due pastori

A Mangalme c’è una chiesa per due. Una domenica la funzione religiosa è celebrata dal sacerdote cattolico e la domenica successiva dal pastore protestante. La comunità intera si riunisce in entrambi i casi e tutti pregano insieme, alternando il rito celebrativo. Sono i miracoli che avvengono nei territori in cui convivono più religioni, in maniera pacifica ed intelligente. Questa convivenza cordiale e rispettosa delle reciproche differenza non è facile da costruire. Sono molti gli interventi delle Chiese Cattolica e Protestante in tante regioni dell’Africa, ma spesso ciascuna Chiesa agisce per proprio conto ed in completa autonomia. A dividerle la diversità del credo religioso. Finché qualche pastore, o qualche prete più illuminato, non si rende conto della necessità di unire gli sforzi, di superare le differenze per raggiungere gli scopi comuni. Guardare al risultato, che in questo caso è quello di aiutare il prossimo, non dovrebbe arrecare danno a nessuna confessione religiosa. E dunque, Mangalme rappresenta l’unità della Chiesa in senso assoluto e totale. Così è stato per molto tempo, fino all’arrivo di un nuovo pastore della Chiesta Protestante che, scandalizzato dell’uso comune che si faceva della cattedrale, ha costruito una chiesa un poco più distante, aspettandosi che la comunità protestante si spostasse, di domenica, alle sue funzioni religiose. Invece, evidentemente, la popolazione si trovava meglio a pregare nella vera comunione, nell’unità degli intenti e degli sforzi che tutti insieme mettevano in campo per migliorare le condizioni di vita della gente del luogo. Così il pastore protestante ha preso a celebrare la funzione domenicale da solo, nella nuova chiesa, seguito solo dalla sua famiglia, mentre tutti gli altri sono rimasti nella vecchia chiesa, dove una domenica si celebra secondo il rito cattolico e l’altra secondo il rito protestante, con buona pace di tutti.

fab.cap.

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