Pubblicato da: monyazzurra | 23 novembre 2011

Reportage del viaggio in Burkina Faso (26 ottobre – 3 novembre 2011)

video:  http://www.youtube.com/watch?v=SAIRn_1T5j4

Alla fine del mese di ottobre una delegazione di Amici per di Tolentino, composta da Massimiliano Cervigni, Claudio Ruffini, Fabiola Caporalini e Pierluigi Tordini, torna di nuovo a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso.

Poche ore di riposo e subito nell’ufficio del Magis, Movimento e Azione dei Gesuiti italiani per lo sviluppo, a stoccare il materiale portato dall’Italia, donato dalle scuole di Tolentino, Caldarola e Cessapalombo, dagli amici farmacisti e dai tanti tolentinati che si sono prodigati nella raccolta di ogni genere di prima necessità. Abbiamo diviso per luoghi di destinazione materiale di cancelleria, giocattoli, indumenti, medicine e presidi sanitari di ogni genere. Ne beneficeranno i bambini della Maternità del san Camillo di Ouaga, la scuola primaria di Dissin e il liceo agricolo di Kaya, i malati di padre Vincenzo Luise. Fa caldo e ci diamo da fare, ma non mancano attimi in cui ci va di sorridere e di scherzare con padre Umberto Libralato, nostra guida e nostro riferimento in Burkina, con le suore camilliane che ci ospitano con l’affetto e la tenerezza di amiche speciali.

I momenti più seri sono quelli in cui vagliamo, insieme alle ditte e ai collaboratori locali, i progetti futuri e i percorsi e i viaggi da fare interni al Paese, per verificare i progetti già realizzati. Impariamo così che i progetti di cooperazione, diversificati a vari livelli, s’intersecano inevitabilmente, per consentire lo sviluppo di alcune zone del Paese, quelle più povere, pur nel rispetto di una cultura profondamente radicata e di tradizioni difficili da comprendere, se non le si vive in prima persona. Così la costruzione dei nostri pozzi va al servizio di villaggi, ma anche di scuole che qualcun altro finanzia e costruisce. L’acqua fa crescere orti che qualcuno coltiva, a beneficio di clan familiari. Insomma, la cooperazione tesse una rete sociale, interviene, ma in punta di piedi, su un territorio e nella vita delle persone, senza snaturare o sradicare abitudini ataviche, forme di vita, modi e costumi, usanze e dialetti, forme espressive esteriori, che poi sono sempre autentica espressione dell’essere umano. Stavolta restiamo affascinati dal saper cooperare e c’immergiamo in mezzo alla gente, forse più di sempre. Viviamo e mangiamo con loro, andiamo ai loro mercati, cerchiamo di imparare le parole della loro lingua, lasciamo l’ufficialità del francese per qualche frase di morè o dagarì. Intanto Ouaga è cambiata, nel giro di un anno. Più strade e meno piste di terra, più illuminazione, anche di ultima generazione, a risparmio energetico e con i pannelli solari e percorsi stradali riservati ai tantissimi mezzi a due ruote. Alla fine Ouaga ci piace. Prendiamo mano anche con la guida della nostra jeep in una metropoli di oltre due milioni di abitanti. Ma di più ci piace il Burkina. Mettiamo a punto, insieme a padre Umberto, un’idea che era nell’aria. Una casa del volontario, in cui poter ospitare gruppi di cooperanti, amici e chiunque abbia la voglia di conoscere e scoprire il Burkina Faso. Andiamo a vedere il terreno all’interno della proprietà dei camilliani di padre Vincenzo Luise, dove sorge già la casa dei religiosi, un ospedale ed un centro di ricerca contro l’aids. Ci accoglie Padre Edgard Yam-we-go.

Le giornate si susseguono veloci, con le nostre poche ore di sonno e la sveglia al canto del gallo. Oggi la nostra direzione è a Lebda per vedere i nostri pozzi. Cinque in tutto quelli realizzati dall’associazione Amici per. Il terzo è inaccessibile. La pista non c’è più. L’acqua della stagione delle piogge se l’è portata via tutta. L’idea di camminare troppo a lungo sotto il sole, forse ore, ci fa rimandare la visita a momenti migliori. Andiamo a vedere allora il quarto, quello finanziato da Anna Calcaterra di Macerata.

Tappa successiva il pozzo costruito con i proventi della partita Novanta Minuti per un pozzo, promossa dall’associazione Amici per tra le attività 2011. E’ il nostro presidente, Massimiliano, armato di spatola e cazzuola ad impastare la sabbia, l’acqua e il cemento per affiggere la targa. E’ ritornato al suo vecchio lavoro e nelle sue mani, si legge la gratificazione tangibile di gesti come creare e donare.

Per realizzare un pozzo sforzo e fatica non sono indifferenti. E’ un lavoro complesso. Oltre alla raccolta fondi promossa da Amici per, bisogna individuare il luogo, prendere contatti con la comunità locale, coglierne i bisogni. Quindi iniziare con i rilievi geologici, trovare la falda acquifera, abbastanza profonda da durare per tutto l’anno e non solo durante la stagione delle piogge. Bisogna poi praticare il foro, analizzare l’acqua, quindi applicare la pompa. Ma non è finita qui. E’ necessario spiegare alla popolazione, soprattutto alle donne che vanno ad attingere l’acqua, come usare la pompa, come conservare correttamente l’acqua. Sarà poi necessario formate dei tecnici per la manutenzione e creare un comitato di gestione del pozzo. Sembrano piccoli passi, ma sono passi da gigante in una terra dalle enormi distanze, non solo fisiche. Il giro dei pozzi termina alla scuola primaria di Lebda, inaugurata appena un anno prima. Padre Umberto invita i ragazzi a studiare per essere liberi. Liberi dal bisogno e dalla fame, capaci di discernere e di autodeterminarsi. Ad acquisire la giusta autonomia per non essere schiavi di nessuno che ci dia da mangiare. Non dipendere da nessuno, ma solo dal proprio sforzo d’imparare, di crescere, di fare e lavorare. La scuola è a breve distanza dal villaggio del nostro amico Naabà Baongo. Una visita è obbligatoria a questa autorità tradizionale di altissimo prestigio e dignità, che governa un vasto territorio ricco di villaggi. Naabà Baongo ci ringrazia per i progetti portati avanti e per quelli che verranno. Sono pronte anche le officine per la costruzione delle cucine solari. Si è pensato anche alla casa degli insegnati della scuola e per i ragazzi che vengono da lontano, per i quali sarebbe impossibile fare la strada tutti i giorni. Il naabà ci dice che con i pozzi realizzati, col nostro donare, abbiamo dato alla gente la speranza e la possibilità di crede nel futuro e guardarlo con fiducia.

Ancora una giornata intensa ci aspetta in Burkina: l’inaugurazione dei nuovi padiglioni della maternità san Camillo a Ouaga. Si tratta di strutture finanziate dalla Cei e da privati italiani per la diagnosi radiologica completa, per la quale prima si doveva indirizzare i pazienti verso l’ospedale pubblico. I reparti sono i più all’avanguardia della nazione. Di questo e di molto altro abbiamo chiacchierato con padre Salvatore, responsabile della struttura sanitaria. Ci accoglie nel suo studio e prende dalle nostre mani le medicine che abbiamo portato dall’Italia. Meglio di lui nessuno sa quanto siano indispensabili.

Dopo l’inaugurazione ci spostiamo a Kubrì, nel paese del costruttore Emanuel Tapsobà, che ha costruito quasi tutte le opere legate ai progetti di cooperazione. Ogni tre giorni c’è un mercato tradizionale, spaccato di vita di grande suggestione. Un tuffo nella cultura dei burkinabè, che la vita la inventano ogni giorno. Tutti ci stringono le mani e dicono Lafi, che, nella loro lingua, vuol dire salute. Siamo immersi tra odori di spezie, tabacco, sumbalà, una specie di dado saporito per le salse, il dolù, birra locale di miglio rosso. Al mercato ci sono le signore che si acconciano i capelli, i bambini che giocano al calcio balilla, c’è il commerciante che ricarica le batterie dei cellulari per chi non ha la corrente in casa, il barbiere, il calzolaio che fa le scarpe con gli pneumatici usati. E poi cucinano la pasta, il riso, la carne e vendono di tutto, guardano la tv nei locali all’aperto, giocano ai tavoli del bar. Un intero villaggio vive il suo momento di festa più intenso e gli abitanti ci accolgono come se fossimo a casa. Beviamo dolù dai loro calebas e davvero ci dimentichiamo di essere ospiti. Sparisce la distanza tra colui che ospita e colui che viene ospitato. Siamo felici, anche noi, di una gioia semplice e contagiosa. Siamo sorpresi che si possa essere tanto felici in giro per il mercato. Non resta che dire Barca, per tutto questo, che nella lingua morè significa semplicemente grazie.

Altro momento di festa è stato quello a Dissin, per l’inaugurazione della nuova scuola elementare. Dissin si trova a sud della capitale del Burkina, ai confini con il Ghana. Ci accolgono i bambini, tanti, e i loro canto di benvenuto. C’è n’è uno molto significativo anche sull’importanza dell’acqua.

Padre Umberto è chiamato ad intervenire alla cerimonia e presenta tutta l’equipe dei suoi collaboratori. Ed eccoci qui, emozionati in prima fila, mentre Max è dietro alla camera da presa che ci ferma in immagini così intense e per noi così piene di significato: il senso della nostra presenza in quella terra così lontana dalla realtà di tutti i giorni.

Alla fine della cerimonia consegniamo agli insegnanti il materiale di cartoleria che abbiamo portato dall’Italia. I bambini delle scuole di due mondi tanto diversi sembrano prendersi per mano. Siamo certi che non siano poi tanto diversi. A parte forse il fatto che ogni classe è formata da un numero minimo di 60 alunni e tutti sono 360.

L’ultimo giorno del nostro viaggio è dedicato alla visita del secondo pozzo realizzato da Amici per. Il pozzo di Nandiala. Ad accompagnarci suor Marie Jeanne, perché Nandiala è il suo villaggio d’origine. Il pozzo soddisfa il fabbisogno di 1500 persone, 1300 che vivono nel villaggio e 200 che frequentano il vicino liceo.

Ci accolgono con una grandissima festa e ci hanno fatto doni preziosi: un sacco di arachidi, il sumbalà, polli, costumi etnici morè per i ragazzi del gruppo ed un cesto per i piccoli trasporti nei lavori femminili domestici e nei campi. Ci sentiamo onorati di tanta gratitudine e di tanta attenzione per la persona. La zona di Nandiala è composta da 11 villaggi. Solo questo ed un altro sono dotati di un pozzo. Nella stagione secca arrivano molti altri burkinabè, anche da zone lontane e l’aumento del fabbisogno idrico, rende il pozzo insufficiente. Ma sul bisogno e sul non avere, vince sempre la gioia di quel poco che si ha in questo strano Paese, davvero il contrario del nostro. E allora spazio alla festa delle donne che ballano per noi al ritmo della loro felicità. A noi, carichi di idee e riflessioni che ancora non sappiamo esprimere con facilità, non resta che dire Wedna cod indare, che significa, arrivederci alla prossima volta.

Fabiola Caporalini

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Responses

  1. CARISSIMA FABIOLA, LEGGENDO CI SEMBRAVA DI ESSERE NUOVAMENTE TUTTI INSIEME A CONDIVIDERE QUESTE EMOZIONI GRAZIE DI FARCI RIVIRE NEL CUORE E NELLA MENTE LA NOSTRA AFRICA ! LUIGI E ENRICA GUIDONI

  2. Carissimi amici, Luigi è già più di mese che si trova in Burkina Faso.Sta seguendo tanti nuovi progetti specialmente pozzi, scuole ma in particolare l’agricoltura.
    Come avrei voluto esserci anch’io ! Un grosso abbraccio a tutti voi e al prossimo viaggio insieme ! Enrica


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