Pubblicato da: monyazzurra | 5 dicembre 2010

MOSTRA fotografica “Dall’acqua al cuore”

video al link:   http://youtu.be/LXeVMPQ2j58

 

Si cammina per chilometri nel deserto, nell’aridità della polvere e di arbusti stremati dal sole. Ma è un deserto popolato da villaggi assolati, di case di fango e di gente.

Se ci sembravano infiniti i nostri deserti interiori era perché non avevamo ancora visto, con occhi sgomenti, la privazione di confini nell’arsura del Burkina, da cui spunta come un folletto magico, creato dal nulla, il sorriso di una donna o di un bambino.

Abbiamo abbracciato un progetto, quello di donare la vita attraverso l’acqua. Lo abbiamo fatto per ogni singolo sguardo che abbiamo incrociato, per ogni mano tesa al saluto che abbiamo incontrato.

Per crescere l’Africa non ha bisogno di carità, ma di amore.

Padre Umberto, guida sicura e solida continuità, salda certezza che offre serenità a chi è immerso nelle tribolazioni del vivere. Di lui non conosciamo le pene, ma da lui filtra una sensibilità rara, troppo rara perché debba essere contenuta nell’infinita tenerezza di un solo uomo, che certe volte appare un gigante per l’umanità di questo tempo.

L’uomo con l’abito blu è il Nabà, rappresentante tribale dell’area di Cajà

Sindaco di Dissin

Il barrage è un imponente sbarramento alle acque piovane, che vengono raccolte grazie alla qualità del terreno, refrattario all’assorbimento. L’acqua viene poi utilizzata per tutto l’anno nella coltivazione di ortaggi, verdure e mais, dando alla popolazione di che vivere e alimenti freschi da vendere ai mercati locali.

Il pozzo costruito da Amici per è dotato di una pompa di ultima generazione tecnologicamente avanzata, che riesce a captare l’acqua alla profondità di ottanta metri e a portarla in superficie. Una mano gira l’enorme ruota posta all’esterno e l’acqua sgorga dalla terra, potabile e fresca, per tutti. Il pozzo riesce a soddisfare il bisogno giornaliero di 60 famiglie che vivono nelle vicine capanne di fango.

Si poteva credere che quella fosse davvero terra promessa, un luogo si cui si può riposare perché irrigato dalla speranza. Una terra che è polvere, ma su cui si lascia un’impronta. Un progetto o un’idea che vengano impressi su quella terra mettono radici profonde. Non è di terra né di disperazione né di pianto, ma di fede. E’ seme che non cade sulla roccia, ma da qualche tempo è benedetto dall’acqua.

E’ acqua, acqua come sale della terra e che alla terra ritorna. E’ vita, ed è prova dell’esistenza di Dio, perché è un miracolo che si rinnova ogni volta che una mano gira una ruota.

Suor Giovina ci guarda da lontano. I suoi occhi osservano la vita come se per anni ci avessero girato intorno, per studiarla e comprenderla, per cercarla, saperla riconoscere e assorbirla lentamente, con gli occhi socchiusi, come si lascia filtrare il calore di un raggio.

Le cucine solari, già sperimentate in Ciad, posso essere importate solo nei pezzi essenziali, come le lamelle capaci di catturare la luce del sole, e poi devono essere assemblate in loco, per offrire lavoro alla popolazione e per fornire loro le conoscenze essenziali alla manutenzione delle cucine stesse. Per far bollire 18 litri di acqua con una cucina solare servono solo 20 minuti. Il progetto ha un costo economico particolarmente contenuto.

Importante non è ciò che facciamo, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo:

bisogna fare piccole cose con grande amore.

(Madre Teresa di Calcutta)

 

Inaugurazione del liceo agricolo “Domenico  Mennillo” 30 ottobre 2010

Inaugurazione del barrage 31 ottobre 2010

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