Pubblicato da: monyazzurra | 13 novembre 2010

Viaggio di Fabiola in Africa (28 ott-5 nov 2010)

Pozzo a Nandiala di Amici per

C’è una storia di bisogno e solidarietà che merita di essere raccontata. Una sorta di cronaca al contrario, senza tragedie, drammi, fatti di sangue o quel tanto di sensazionalismo che condisce il giornalismo di questi ultimi tempi in ogni parte del mondo. La storia che vi voglio raccontare è quella vissuta insieme ai compagni di viaggio di Amici Per ed ha un fine, non solo lieto, ma felice e dà la misura di una solidarietà concreta, sperando che quanti ci aiutano ogni giorno, finanziando la costruzione di pozzi di acqua potabile in Burkina Faso, si ritrovino anche loro protagonisti di questo diario di viaggio. La storia del secondo pozzo costruito dall’associazione tolentinate Amici Per inizia nel febbraio 2010, durante la permanenza a Ouagadougou di 4 componenti dell’associazione. Oltre alla sottoscritta c’erano il presidente Massimiliano Cervigni, Claudio Ruffini e Roberto Luciani. La partenza era ormai prossima. Dovevamo lasciare il Burkina per rientrare in Italia dalle nostre famiglie. Eravamo tutti nell’ufficio del Magis (Movimento e Azione dei Gesuiti Italiani per lo Sviluppo) che ci sostiene nei nostri progetti, quando arriva un rappresentante di un villaggio vicino, il villaggio di Nandiala, ad 80 chilometri dalla capitale. Era il fratello di una delle suore camilliane che ci ospitano nella struttura della Maternità San Camillo ogni volta che decidiamo che è giunto il momento di fare un salto in Burkina a controllare i nostri progetti di cooperazione internazionale. Era il fratello di suor Marie Jeanne. Era venuto a chiedere qualcosa per la sua gente: acqua, acqua potabile per il suo villaggio. Eccola l’occasione che stavamo aspettando. Avevamo appena trovato il luogo in cui cominciare a scavare il nostro secondo pozzo. Tornati in Italia ci impegnammo per la raccolta dei fondi necessari, attraverso iniziative sul territorio ed una campagna costante di sensibilizzazione. Poi il Magis ci comunicò di aver dato il via ai lavori. Quando alla fine di ottobre sono ripartita per il Burkina il pozzo era già stato terminato ed era perfettamente funzionante. Stavolta il viaggio è stato complicato e difficile. La nostra piccola delegazione era piena di impegni, le strade dopo la stagione delle piogge non sono più quelle di febbraio, viaggiare è scomodo e difficile, ci fa venire quasi il mal di mare. Il caldo, il cambiamento di ambiente con un balzo di temperatura di 30 gradi e tutto il resto, giocano un brutto scherzo alla nostra forma fisica. Siamo costretti a due giorni di fermo nella capitale. Il tempo stringe ed è impossibile andare a Nandiala.

Una sera, di ritorno dall’ospedale di Nanoro, mentre cerco di riprendere un po’ di fiato nella mia stanza, padre Umberto Libralato, vicepresidente del Magis e immancabile compagno di viaggio, mi manda a chiamare. C’è una delegazione di Nandiala che vuole incontrare Amici Per, quegli amici italiani che hanno cambiato la vita, la storia, la sorte del loro villaggio. Mi precipito a chiamare Pierluigi Tordini, partito con me dalla provincia di Macerata. Ho bisogno ora più che mai di qualcuno che mi faccia da traduttore. Non sono in grado di comunicare nella lingua ufficiale del Burkina, anche se per certe emozioni basterebbero soltanto gli occhi che si incontrano e le mani che si stringono. Siamo nel cortile della Maternità San Camillo. Le luci della sera tingono di rosa e di buio il nostro cielo africano. All’orizzonte riconosco il fratello di suor Marie Jeanne e gli vado incontro. Gli dico che l’ho riconosciuto, lo saluto con gioia, ma nulla è paragonabile alla sua felicità e alla commozione della gente che lo accompagna. Sono tutti lì davanti a me, uomini e donne, rappresentanti del villaggio e gente comune. Sono venuti a dire grazie. Vogliono sapere tutto dell’associazione Amici Per e di chi ha costruito il pozzo. Il mio pensiero va inevitabilmente al nostro presidente Massimiliano Cervigni. Quanto vorrei che fosse qui. Spiego che la nostra associazione raccoglie fondi in tutta la provincia di Macerata, una piccola zona del centro Italia. Ci raggiunge anche suor Marie Jeanne e insieme a lei facciamo un sacco di domande per sapere tutto sul nostro secondo pozzo. Ce ne sentiamo orgogliosi, non tanto per noi, quanto per tutti quelli che lo hanno finanziato. Sento che la solidarietà è fatta di tante braccia e tante mani ed è un privilegio che oggi sia la mia la mano che stringe quella della gente del villaggio di Nandiala. Il pozzo soddisfa il bisogno giornaliero di 800 persone che prima dovevano compiere 5 chilometri a piedi per procurarsi dell’acqua non potabile, ma acqua piovana che si raccoglie dal cielo in grandi avvallamenti del terreno durante la stagione delle piogge.     

L’acqua, in quella zona, piuttosto collinare, si trova ad una profondità di 70 metri e non è stato facile scavare il pozzo. Sono stati necessari ben quattro tentativi di perforazione per scoprire la vena sotterranea in grado di alimentare il pozzo. La gente del luogo, oltre ad usare l’acqua per le esigenze di tutti i giorni, ha già iniziato a coltivare dei piccoli orti per sfamare le famiglie che sono numerose.

Cinquecento litri all’ora è la portata de pozzo, realizzato tramite la pompa Volanta, dal brevetto olandese, ma che viene installata dai fratelli Saaba del Burkina. Il nome volanta deriva dal portoghese e significa “a volante”, riferito probabilmente all’enorme ruota, facilissima da girare e che consente di far fuoriuscire l’acqua con uno sforzo minimo. Anche i bambini sono capaci di attingere l’acqua. L’approvvigionamento idrico è, infatti, un compito riservato per la maggior parte a donne e bambini. Necessario, dopo la costruzione di un pozzo, un periodo di formazione per gli abitanti del villaggio che devono imparare a prendere e conservare correttamente l’acqua. L’attività formativa viene portata avanti, in loco, dall’associazione Iris di Jean Pierre Nana e da altri collaboratori del Magis. Così come essenziale è il controllo periodico della funzionalità dei pozzi e delle qualità organolettiche dell’acqua. Altra attività formativa importante è quella di tecnici che vivono nei villaggi, che devono imparare ad aggiustare il pozzo in caso di guasto. Qualche altra curiosità sui pozzi. L’apertura che viene scavata è di circa 20 centimetri all’interno della quale viene sistemata una camicia in pvc. Il luogo in cui scavare viene individuato con appositi sonar in grado di percepire la presenza di una falda acquifera. Il periodo ideale per scavare un pozzo è da gennaio ad aprile, lontano dalla stagione delle piogge, in cui il terreno è invece ricco d’acqua e si può trovarla anche a scarsa profondità, ma poi è destinata a scomparire nei periodi di siccità.    

Questo è quanto c’è da dire sul pozzo di Nandiala. Ora attendiamo il prossimo viaggio per assaggiare la sua acqua e ristorarci così dalla calura africana.

Fabiola Caporalini

 

Gli ulivi di Luigi

Nessuno ha gli occhi di Luigi Guidoni quando guarda la terra d’Africa, perché Luigi su quella terra ha cosparso molti semi. E’ come se  l’avesse arata, seminata, irrigata. Luigi, a sessant’anni, ha passato la vita a fare l’agronomo e da anni ha abbracciato la sua sfida personale con questa terra arida: renderla verde e piena di cose buone. E’, in qualche modo, un po’ come una sfida al deserto con la costruzione di pozzi di acqua potabile. La terra che Luigi ha “adottato” è diventata verde e lo diventerà sempre di più. E’ il 2 novembre e Luigi pota e lega le piccole piante di ulivi che lui stesso ha selezionato e che padre Umberto ha collocato lo scorso maggio nel giardino della Maternità San Camillo a Ouaga. Io e Fabrizio gli diamo una mano. Sono 11 piantine che devono ambientarsi e crescere e, finalmente, dare il loro frutto. Le piante sono cresciute molto nella stagione delle piogge. “Bisogna vedere come questi piccoli ulivi riescono ad ambientarsi – spiega Luigi – Qui manca il freddo e dunque la pianta deve adattarsi a saltare un’intera stagione, quella invernale. Altra prova importante per la pianta sarà superare la stagione calda. Per questo è bene potare ora un poco le piantine, in modo da alleggerirle e consentire loro di riprendere un po’ di forza”. Le varietà che Luigi ha selezionato per essere piantate in Burkina sono il pendolino (impollinatore) e il leccino, più resistente al calore, alle alte temperature e alla mancanza d’acqua. Le piante, per ora, sono state lasciate nel vaso. “Tra un anno – prevede Luigi – saranno piantate nel terreno. Non sono solo queste le piantine che sono state portate in Burkina. Altre 11 sono state donate ad un altro centro e altre 11 ad un’impresa di costruttori. Queste del giardino della Maternità mi sembra si stiano ben adattando al clima”. Detto questo Luigi china la testa e riprende il suo lavoro. E’ un uomo di poche Luigi. Ama e conosce molto bene il suo lavoro. Trasmette la sua passione con il lavoro delle sue mani. Per tutto il suo soggiorno in Burkina ha dispensato buoni consigli agli agricoltori e regalato semi: a Lebda, dove è stato inaugurato il barrage realizzato dal Magis, per avviare la coltura degli orti, a Rountenga dove il barrage realizzato da diversi anni ha reso la terra davvero verde e ricca di colture e nel villaggio delle donne di padre Vincenzo a Ouaga.  Qualche seme anche per l’orto delle nostre amiche, le suore della Maternità San Camillo, nel cui giardino, da qualche mese, spuntano queste piante insolite per il Burkina: gli ulivi di Luigi.     

Fabiola Caporalini

Il futuro della terra

Sono sei. Sono giovani e hanno il futuro della loro terra nelle mani. Sono Kpoda W. Prudence di 21 anni, Meda Bienvenu della stessa età, Bekouene Hien Victorien di 20, Some T. Armandine di 19, Somda Théadule pure lei di 19 anni e Dabire Sylvie di 21. Sono gli studenti dell’ultimo anno del liceo agricolo di Nanoro e vengono tutti da Dissin. Padre Umberto Libralato, vicepresidente del Magis, li conosce da anni, ha seguito il loro percorso di studi ed ora che sono arrivati alla fine del liceo, ha una proposta per loro, per passare dalle parole ai fatti, come dice lui, col suo spirito concreto, legato alle cose della terra, dove il fare e il saper fare è più importante di qualunque altra chiacchiera.

“Senza fare grandi discorsi per cambiare il mondo – esordisce padre Umberto durante la visita del mese di ottobre in Burkina – facciamo piuttosto piccoli discorsi per cambiare il nostro mondo. La scuola finisce. E’ per tutti così. Ciò che è stato fatto è stato fatto. Ora ho una proposta da farvi. Ascoltate, parlatene tra di voi e poi mi darete una risposta”. In questa premessa c’è già il senso di un momento giunto affinché ciascuno di loro assuma su di sé la responsabilità della propria vita e del proprio futuro. Con qualcosa in più, che vale in ogni angolo della terra, ma che in Africa diventa davvero un grande senso di responsabilità e appartenenza. Il senso di responsabilità per lo sviluppo del proprio popolo. “Vogliamo che voi lavoriate per sviluppare i nostri progetti in Burkina – spiega padre Umberto – Vorremmo che voi avviaste una cooperativa per lavorare insieme in un ente riconosciuto che possa prendere in carico dei progetti agricoli e possa offrire servizi. Voi siete un’equipe di esperti del lavoro agricolo e mettendo insieme le vostre forze potreste sviluppare un’attività che vi consenta di guadagnare, creando ulteriori opportunità per chi lavora nel mondo agricolo. Si potrebbe intanto pensare ad un terreno per iniziare l’attività. Lo Stato potrebbe dare il terreno alla cooperativa da voi formata. Insieme potete certamente fare qualcosa di migliore piuttosto che tornare ciascuno a casa propria a coltivare il proprio campo. La prima valutazione che dovete fare è se volete restare insieme per avviare un’attività lavorativa e quanti di voi vogliono davvero farlo. Dovete fare un lavoro che vi consenta di vivere e migliorare poco a poco la situazione, altrimenti avrete sprecato il vostro tempo. Voi avete un doppio privilegio – li esorta a riflettere padre Umberto – quello di conoscere la vostra realtà, ma anche quello di aver studiato, di esservi aperti al mondo. Per questo non dovete accontentarvi”. Non ci si lasci ingannare dall’aspetto giovane e timido di questi sei ragazzi. Sanno perfettamente quello che vogliono. Al loro futuro ci pensano e forse qualche idea se la sono anche fatta. Così a poco a poco nascono le prime domande, i primi interrogativi, dapprima timidi, poi sempre più incalzanti. E’ giusto chiedere. Ne và del loro futuro e non solo del loro. E’ un futuro importante. Non è una lezione da banco di scuola quella di padre Umberto. E’ una lezione di vita, quella scandita dal ciclo delle stagioni che danno frutti, che portano un raccolto ricco, se si è ben seminato. Chissà quali prospettive prendono forma dietro a quegli occhi così scuri, così fieri. Li guardiamo e siamo sicuri di essere davvero nella terra degli uomini integri. E’ la forza di questa integrità che deve essere aiutata ad affermarsi. E’ questa integrità che deve offrire loro la possibilità di scegliere. Con il diploma di scuola superiore si può accedere alle carriere statali nei corpi di polizia. Un lavoro questo che piace molto ai ragazzi, ma padre Umberto propone qualcosa di più. Si tratta di essere pionieri nel proprio Paese. Li vediamo giovani, ci sembrano fragili, ma siamo anche certi che nessuno porta su di sé un peso maggiore di quello che può sopportare. Io credo che ce la faranno. Hanno un esempio che loro ben conoscono ed è la piccola Nicole di Dissin, ora laureanda all’Università di Bobo-Diuolasso. E’ stata la prima bambina ad essere adottata nel programma di adozione a distanza del Magis. “Sua madre non aveva neanche i soldi per comprarle un quaderno  – racconta padre Umberto – ed ora si sta per laureare in Economia”. Ne ha fatta di strada Nicole, fino a diventare un simbolo del cambiamento e della volontà, per chi lo sa cogliere. I sei ragazzi del liceo agricolo conoscono Nicole. I burkinabe sono persone fiere di ciò che sono e credono ai buoni esempi della propria terra. Una terra che so darà un sacco di frutti.

Fabiola Caporalini

Il mondo di Fabrizio

Sa collegare un autentico deserto con il mondo. Ventisette anni, è un ragazzo minuto, smilzo, silenzioso, quasi sempre immerso in qualche riflessione. Lui il mondo ce l’ha sottomano, tra le sue dita lunghe e affusolate che sanno creare autentiche magie. Si chiama Fabrizio Mazzucchelli. Nella vita fa il tecnico informatico, ma c’è un posto nel mondo in cui sembra amare ancora di più il suo lavoro e s’illumina di una gioia serena e quieta mentre si butta a capofitto nella tastiera del pc. Quel posto si chiama Burkina Faso. Qui nulla è virtuale e la fatica è sempre un po’ più pesante che altrove. Fabrizio non si tira indietro. Viene in Burkina per la prima volta nel febbraio 2010, insieme a suo padre Mario, per montare la sala informatica del liceo agricolo di Lebda. Venti computer tra cielo e terra. Nulla di più. Per tre giorni lavora e vive in un villaggio nel deserto, nel freddo della notte, ma sotto un cielo magico, dove sembra di essere immersi nelle stelle. Sono sicura che Fabrizio sperimenti così i confini di un mondo che per lui non ne ha e che s’immerga nella realtà il più possibile, scendendo dalle astrazioni del suo virtuale. Il lavoro di Fabrizio sarà un giorno, un giorno già arrivato con l’inaugurazione della scuola Domenico Mennillo di Lebda il 30 ottobre scorso, la porta d’accesso verso l’esterno per migliaia di giovani burkinabe. In questo Stato che fa da porta d’ingresso al deserto, dove il cielo sembra una goccia d’infinito, Fabrizio dona una chiave che apre questa realtà al resto del mondo. E’ tornato in Burkina alla fine di ottobre ed ha nuovamente sistemato i computer della sala informatica nella scuola della Maternità San Camillo a Ouagadougou. Un po’ per terminare il lavoro avviato a febbraio: togliere tutti i virus dai pc; un po’ per continuare il suo cammino interiore ed esistenziale. Non si viene in questo angolo di mondo a caso e neanche solo per lavorare. Di quel che tecnicamente Fabrizio faccia con i pc il nostro gruppo di viaggio s’intende poco. Ci occupiamo di altro e per noi il computer è un ordinario elettrodomestico, scontato come tutte le cose che fanno parte delle nostre abitudini e che adoperiamo con disinvoltura e senza troppa competenza. Lui invece sa che potenzialità rappresenta un pc per questa terra e quale fonte di sviluppo può essere per i più giovani. Non si dà pace e sta tutto il giorno cacciato nella sala informatica, pure quando avremmo piacere che venisse con noi da qualche parte. Non riusciamo, per la seconda volta, neanche a trascinarlo a visitare l’ospedale di Nanoro. Abbiamo una gran voglia di fare due chiacchiere con lui e lui scompare dietro la porta dell’enorme sala dei computer. A tavola schiude uno di quei suoi sorrisi stanchi e soddisfatti e ci ripaga dei suoi mille silenzi e delle sue assenze dal gruppo. E’ un gran lavoratore Fabrizio Mazzucchelli. Lavora per lo sviluppo dell’umanità, senza enfasi e senza clamori. Così come vive. Tranquillo, innamorato della vita in un deserto africano che per lui non ha più segreti. Parla con il deserto e gli racconta del mondo.

Fabiola Caporalini

Enrica e il suo Pinocchio

Enrica da sola vale il sorriso di mille bambini.

Arriva dalla Toscana dove fa la maestra in un asilo. Porta sempre con sé la grazia e la gioia che servono per crescere i bambini. Delicata in ogni gesto, si è preoccupata di non lasciare i suoi piccoli dell’Africa senza caramelle o senza un piccolo dono: una maglietta, un paio di pantaloncini nuovi, un cappellino. Ma Enrica fa molto di più che dispensare doni in un luogo aspro e difficile, dove già di per sé un regalo è qualcosa di quasi inconcepibile, che dilata gli occhi increduli dei bambini e spalanca le loro labbra in teneri sorrisi di meraviglia. Enrica crea un vero e proprio legame culturale d’integrazione e di sensibilizzazione. Ha tra le mani il futuro delle nuove generazioni, non solo quelle della Toscana, ma quelle del mondo, perché, nella più assoluta semplicità e spontaneità, ha saputo creare un ponte magico tra i suoi piccoli della scuola materna di Montemurlo e i bambini della scuola primaria di Rountenga. Enrica ha raccontato della sua partenza per il Burkina ai suoi piccoli alunni. Li ha aiutati a confezionare uno striscione di saluto per i bimbi africani, con tante manine colorate impresse, per dire ciao, per dire ci siamo anche noi e vogliamo dare una mano. Enrica sa far crescere nel cuore dei più piccoli l’amore per l’altro, per un altro che è meno fortunato o che ha più bisogno. I suoi piccoli alunni si appassionano. Trepidano per il viaggio e decidono di far accompagnare Enrica dal loro Pinocchio di legno, che va a scuola con loro e che non si è mai allontanato dalla loro classe, tanto meno per  un viaggio così lungo. Ma i bimbi di Montemurlo decidono che Pinocchio deve accompagnare Enrica e portare gioia e felicità ai bambini di Rountenga. Pinocchio, abituato alle peripezie e alle avventure, parte accoccolato nella valigia di Enrica e arriva in Burkina. Se ne sta per giorni rannicchiato nel sacco che ci portiamo in giro finché arriviamo alla scuola elementare di Rountegna e lì decide che è venuto il momento di saltare fuori, proprio come dalla pancia della “balena”, che lo aveva inghiottito insieme a suo padre Geppetto. E salta sui banchi, saluta in francese i piccoli di Rountenga. Racconta dell’Italia e che è stato mandato da altri bambini per portare tanta felicità. Lo stupore e la gioia dei piccoli africani è quasi incontenibile. Una marionetta di legno è qualcosa di prodigioso e l’entusiasmo mina anche la loro tipica compostezza. Ridono felici, si alzano dal banco, ciascuno per cercare di vedere Pinocchio. I bambini di Rountenga non conoscono Pinocchio e la sua storia, ma una insegnante invece riconosce il burattino più famoso del mondo. “Ma è Pinocchio!” esclama, anche lei piena di gioia. “Pinocchio Pinocchio”, ripetono in coro tutti i piccini e Pinocchio fa un sacco di inchini e un bel giro tra i banchi. Deve parlare con tutti perché al suo rientro i bambini di Montemurlo vorranno sapere tante cose dei loro amici africani. Dopo una lunga passeggiata tra i banchi è giunto il momento per Pinocchio di ritornare nella sacca di Enrica. C’è un attimo di esitazione del “nostro” burattino. Anche a lui è venuto un po’ di mal d’Africa in tutti questi giorni di permanenza e quasi quasi vorrebbe rimanere. Ma non è questo il suo compito. Non è venuto per restare, ma per tornare e per raccontare. Per creare un ponte, di quelli resistenti a qualsiasi tempo, quelli che si costruiscono da bambini e che accompagnano tutti i nostri passi nella vita. Grazie Enrica, anche da chi non è più tanto piccino.       

Fabiola Caporalini

Inaugurazione liceo agricolo Domenico Mennillo

L’orgoglio di essere tre fratelli è difficile da raccontare. Specialmente se ad unirli è un ricordo profondamente impresso nell’anima di un padre che li ha dovuti lasciare. Un padre che non è stato un uomo come tanti. Nessun padre è un uomo qualunque per un figlio, ma Domenico Mennillo è stato un uomo veramente singolare, un pioniere nel diffondere lo sport e il ciclismo in Africa e tutti i valori che l’attività sportiva implica. Non posso raccontare chi era Domenico Mennillo, perché purtroppo non l’ho conosciuto. Ma voglio scrivere del giorno in cui i fratelli Mennillo hanno pensato, nello stesso istante, ciascuno a modo suo, ognuno col suo ricordo più bello, al loro genitore. Era il 30 ottobre scorso. Il cielo di Lebda in Burkina è quello specchio terso di luce dei mesi in cui non piove. La terra si estende per chilometri e brulica di gente venuta da ogni villaggio. Sembra di essere al centro del mondo. E’ il giorno dell’inaugurazione del liceo agricolo intitolato a Domenico Mennillo. E’ pieno di autorità che si succedono nei loro interventi su un piccolo palco riparato dal sole e scosso dal vento. C’è l’aria delle grandi occasioni e la cerimonia è delle più solenni. E’ un evento nazionale per i burkinabe. E’ pieno di giornalisti, di fotografi ed emittenti televisive. Faccio questo mestiere, la giornalista, da 13 anni e d’incontri come questi ne ho visti tanti. I momenti celebrativi sono tutti uguali nella ricerca esteriore della perfezione organizzativa. Ma questo momento ha un sapore diverso. Probabilmente perché siamo in Africa e tutto qui non può essere meno che autentico. La scolaresca è più colorata che mai nelle magliette bianche e rosse e col cappellino griffato Magis. Un marchio di qualità, quello che garantisce lo sviluppo a partire dalle radici della terra, quello che segna la solidità di un progetto fin dalle sue fondamenta. Sullo sfondo si staglia la scuola Domenico Mennillo. Parla il Naaba Baongo di Lebda. Chi lo conosce sa che parole ha nel cuore prima ancora che le pronunci. E poi il sindaco di Kaya, il vescovo, il rappresentante del Ministero della Cultura e dell’alfabetizzazione primaria, il Ministro dell’Agricoltura. Davanti a me siedono Roberto ed Alessandra. Poco più avanti Andrea. A lui è affidato il discorso ufficiale. Andrea parla correntemente il francese ed è il più rappresentativo della famiglia. Il momento richiede una forma istituzionale, ma io ripenso ai pochi giorni precedenti trascorsi con i tre fratelli, ad Alessandra che ricorda il padre morto di tumore e s’indispettisce bonariamente con Roberto e gli altri del  gruppo che fumano. E’ ancora un dolore grande per lei la perdita del padre, ma soprattutto lo è la sua assenza. Un’assenza che mi sembra si vada poco a poco colmando nelle aule della scuola. Saranno i colori, le canzoni, le voci dei bambini. Sarà che in Africa tutto inevitabilmente torna alla terra, mentre lo spirito si eleva. Continuo a pensare ad Alessandra, unica figlia femmina, che era “la luce dei suoi occhi”, dice lei stessa.  A Roberto, il più piccolo, “quello a cui era permesso fare ciò che voleva – racconta Alessandra – mentre con me ed Andrea papà è stato di sicuro più severo”.  E di Andrea che direbbe oggi Domenico? La statura morale e professionale di Andrea tradisce chiare origini. Se c’è stato un genitore giustamente orgoglioso dei suoi figli è stato Domenico Mennillo e credo che i pensieri, il cuore, i ricordi di Andrea, Alessandra e Roberto, il 30 ottobre, gli abbiano restituito l’orgoglio di un affetto che non muore, che si perpetua negli altri, che si sparge per il mondo come un seme. Ed è anche l’orgoglio di migliaia di studenti che frequenteranno da ora in avanti il liceo agricolo Domenico Mennillo.

Fabiola Caporalini

Padre Umberto, Cavaliere al merito della Repubblica del Burkina Faso

Quando penso a padre Umberto richiamo alla memoria un’illustrazione di una vecchia edizione del libro di Saint Exupery, Il piccolo principe. Così minuto, pulito nel cuore e nei sentimenti, in piedi in cima al mondo.

So di averlo visto così padre Umberto, in piedi, sulla terra d’Africa, in mezzo ad una distesa deserta, con alle spalle il suo mondo, la sua gente, la sua scuola, il barrage, i pozzi nei villaggi. E’ il 30 ottobre 2010 ed è il giorno dell’inaugurazione del polo didattico Domenico Mennillo di Lebda e del vicino barrage, una diga di 850 metri per un’estensione di 5 chilometri ed una portata di 40 milioni di metri cubi d’acqua. Tutto questo lo ha realizzato un piccolo uomo. Lo stesso che indossa la veste per celebrare la messa e gli abiti tradizionali burkinabe. Quell’uomo che ci fa sorridere, che ci esorta nelle difficoltà, che ci ammonisce e ci richiama, che sa dispensare parole come carezze. E’ il piccolo principe di questo spicchio di mondo, dove è venuto a fare le sue magie, che sono quelle del cuore, quelle che sanno fare solo i bambini. La purezza del cuore, cosa assai rara, sa riconoscersi negli altri. Per questo padre Umberto fa vivere l’Africa con i suoi gesti, il suo impegno, la sua forza interiore. Il barrage di Lebda è solo l’ultimo di una serie che padre Umberto, vicepresidente del Magis, ha realizzato, così come la scuola, liceo agricolo e istituto di alfabetizzazione primaria per i ragazzi dei villaggi di questa zona a nord est della capitale. Il Burkina gli riserva davvero gli onori che si devono ad un principe, ma lui li accoglie e li vive con semplicità. Come in una fiaba di bambini. Sembra un racconto di Le mille e una notte, pieno di colori di suoni, di odori, di importanti sovrani, di gente venuta da tutta questa terra ad ammirare, così come si ammira un miracolo, con semplicità. A febbraio la terra davanti a questo sbarramento di pietre era arida e riarsa dal sole. Un solo uomo la vedeva già con gli occhi del domani. Sono gli occhi di chi crede nei miracoli. E’ qui davanti a me. Stringe tra le sue dita un pezzetto di stoffa. E’ il piccolo lembo bianco del nastro tagliato per l’inaugurazione della diga. A me sembra un sudario. Il fatto è che tutto m’appare sacro di ciò che viene fatto con rispetto per la vita umana. E’ lui quell’instancabile piccolo grande uomo, l’unico con la barba bianca, che fa due volte tutto il camminamento sopra la diga, che riparte, ritorna, stringe le mani della gente, prima ancora che delle autorità. E’ il suo quel corpo esile che rimane tante ore sotto il sole, che s’avvicina e sale sul palco della cerimonia davanti alla scuola e commosso parla di sé. Non lo fa più nessuno. Si parla di se stessi solo quando i momenti sono autentici. Ma non per dire cosa si è fatto o si farà. Per raccontare. Proprio come fa il piccolo principe. E questo principe, nato dal lavoro e dal germogliare della terra, racconta di suo padre, contadino veneto, della sua famiglia fatta di tanti figli, quasi tutti maschi, sfamati dalla terra e dal lavoro nei campi. Sacro anche questo. Sacro perché ci dà l’esatta idea del pane che ci sazia, ci toglie la fame. I suoi occhi guardano l’orizzonte, verso i tendoni rossi e verdi dove è radunata la folla. L’abbraccia nel suo sguardo, con l’affetto di chi sente la gratitudine che gli viene ricambiata. Essere grati a questa terra è un dono particolare che si affina nel tempo. E’ una grazia. Guarda la gente e non s’accorge che la gente si fa popolo, territorio, nazione, e che questa nazione vuole dirgli qualcosa. Dice grazie il Burkina Faso a padre Umberto, lo nomina Cavaliere al merito della Repubblica per gli onori, questi sì, guadagnati centimetro dopo centimetro su questa sabbia argillosa, goccia dopo goccia. Ma lui continua a tenere lo sguardo fisso sulla gente, la povera gente che s’è fatta chilometri di sole, di vento caldo, di fatica e di polvere per arrivare qui a vedere la scuola dove sogna di mandare i propri figli, come il padre di Umberto sognava la scuola per i suoi. Guarda negli occhi quelle madri dalla pelle marrone che strappano con le unghie delle mani la terra al deserto, coi loro figli accoccolati sulla schiena, come la sua lavorava nei campi coi figli attorno. Guarda quei vecchi, pieni di principi, valori e tradizioni, come i suoi antenati. E sono sicura che sia questo il senso di quelle lacrime, ancora una volta gocce d’acqua, che sono il sale di questa terra.  

Fabiola Caporalini

La terra delle streghe

Se non avete mai calpestato la terra delle streghe allora non avete mai neanche visto come fiorisce. E non è una magia. E’ frutto del lavoro e della dignità dell’essere donna. Donne nel villaggio delle donne, dove il padre è solo uno: Vincenzo Luise. Un uomo su cui misurare la santità e la potenza non di uno, ma di mille miracoli. Sono donne di tutte le età, oltre 400, tacciate di stregoneria nei loro villaggi e condannate ad essere barbaramente uccise. Non c’è pietà per una strega, simbolo del male, portatrice di sciagure. Non c’è mai stata pietà per le streghe nella storia del mondo. Non ce n’è in quel medioevo dei sentimenti che spesso imprigiona l’uomo. L’uomo inteso come essere umano, ma anche come genere maschile. Uomini contro le donne. Perché deboli, sole, fragili, anziane, povere. E pensare che in Burkina le donne sono esseri straordinari: non streghe, ma fate. Io il giardino di queste fate l’ho visto fiorire di frutti, colture della terra che queste madri di famiglia sanno far crescere.

Le donne burkinabe lavorano la terra, vanno a prendere l’acqua, si occupano dei figli, della casa, della cucina, di allevare gli animali da cortile, accompagnano i figli in ospedale, fanno la fila nelle farmacie, per prendere le farine nutrienti per i loro neonati. Vivono coi i loro piccoli attaccati alla schiena, uno dopo l’altro, fino all’ultimo piccino che si stacca per correre sulle sue gambette traballanti. Danno ai loro figli un amore solido, radicato, silenzioso, pieno. E alla fine della loro esistenza, quando sono anziane e sole, mi capita di ritrovarle streghe per decreto altrui, abbandonate, esposte al pericolo di una morte violenta e certa, se non fosse per il villaggio delle donne di padre Vincenzo che le accoglie. Fuggite dalle loro tribù, camminano nella notte per non essere trovate dai loro persecutori e arrivano a Ouagadougou e bussano alle porte del villaggio e tornano ad essere donne, non più tacciate di malefici, ma fiere della loro dignità. Non sono il capro espiatorio del genere umano e lo sanno. Loro che danno la vita, che partoriscono perfino  nel villaggio in cui vengono a rifugiarsi, reiette da tutti, con tutto il peso della vita addosso. Le donne in Burkina pagano più di tutti. Ogni cosa richiede il prezzo del sacrificio di una donna. Perché? Perché sono semplicemente un magico inno alla vita in un paese in cui il solo vivere costa sacrificio. Se c’è un potere capace di fare magie non sta certo nell’essere streghe, ma nell’essere donne burkinabe.

Nel villaggio di padre Vincenzo sono organizzate in 40 gruppi di 10 donne ciascuno. Ogni gruppo ha le sue mansioni e le sue responsabilità da gestire, i suoi compiti quotidiani: organizzare la cucina, il lavoro nei campi, le pulizie degli spazi comuni, le attività di filatura, l’approvvigionamento dell’acqua al pozzo, il mulino. E la terra del villaggio fiorisce. Nessuna donna viene lasciata indietro.

Una donna cieca e sorda fila silenziosa con la maestria delle sue dita affusolate, che vedono nell’oscurità, che conoscono anche la più leggera consistenza del filo. In questo posto non c’è handicap che faccia la differenza. Perché sono tutte streghe? No, perché sono tutte donne. E le donne burkinabe non sono abituate a lasciare indietro alcunché: i figli, la casa, il lavoro. E le radici della terra, quelle che loro piantano e fanno crescere, vengono da molto più lontano. Sono radici del cuore.

Un ciclo intero di vita si compie nelle attività quotidiane del villaggio delle donne, dove c’è anche la camera mortuaria. La donna, che dà la vita, attende ad ogni cosa ed affronta tutto con estrema dignità: la fuga, la maternità, la morte che la riporta alla terra e lo sa spiegare con gli occhi quanto lei sia, non strega, ma magica. E la magia è tutta lì. Nell’essere donna.

Fabiola Caporalini

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